I culti del cargo

Giovanni Guizzardi

Bandiere del culto del cargo Jon Frum, isola di Tanna. Immagine sotto licenza CC 2.0

Quando aveva tre anni mia figlia amava trastullarsi con un cellulare-giocattolo che qualcuno a corto di idee le aveva regalato. Il problema nasceva dal fatto che, poiché ero io per lo più a fungere da baby sitter durante i suoi pomeriggi inoperosi, lei aveva la pretesa che io, sollevando il ricevitore del telefono nel mio studio, riuscissi a sentire quel che lei diceva parlando nel suo finto cellulare in camera sua. Per aiutarmi, alzava il volume della sua voce fino a vincere le barriere architettoniche costituite continua

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Incontri. Tra gli Yanomami di Roraima, Brasile

Letizia Leardini

Tratto da: Letizia Leardini, Intercultura missionaria. Interviste a quattro Missionari della Consolata, Università degli Studi di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di laurea in Comunicazione interculturale, Relatore: Prof. Francesco Remotti (anno accademico 2005/2006).

Bambini Yanomami

Il territorio di Roraima, nel Brasile nord-occidentale, comprende una vasta area di Foresta Amazzonica, ricca di risorse minerarie. Dai primi del Novecento iniziò un processo di disboscamento, di sottrazione delle terre agli indios e di sfruttamento del territorio per l’agricoltura, l’allevamento, la ricerca di minerali preziosi e di varia utilità. Si trattava di bianchi brasiliani provenienti dal continua

La parola-machete

Andrea Cangeri

Moneta Haitiana con l'immagine di François Mackandal, leader di rivolte antischiaviste morto nel 1758. Immagine di dominio pubblico.

«Porsi contro i clan diviene una guerra per la sopravvivenza, come se l’esistenza stessa, il cibo che mangi, le labbra che baci, la musica che ascolti, le pagine che leggi non riuscissero a concederti il senso della vita, ma solo quello della sopravvivenza. E così conoscere non è più una traccia di impegno morale. Sapere, capire diviene una necessità. L’unica possibile per considerarsi ancora uomini degni di respirare». (Roberto Saviano, Gomorra).

Una bussola. La migliore definizione di Roberto Saviano che ho sentito finora, pubblicata da WikiLeaks, è di J. Patrick Truhn, console degli U.S.A. a Napoli.
Una bussola che indica il nord del necessario. Una parola, questa, che abbiamo trasformato in continua

L’uomo e il dolore: la via della tenacia

Alessandro Barella

La Roccia, Le Pale di San Martino, Dolomiti, 5 agosto 2009. Fotografia di Alessandro Pinna, licenza CC 2.0

Quando ci si trova di fronte a un dolore molto forte, tentare di sfuggirgli obliandolo è la reazione più immediata e istintiva che possa presentarsi alla mente umana. Tuttavia, è ovvio che una strada del genere non può funzionare sempre. Inoltre, nel caso in cui si riesca a erigere una barriera tra il problema e la coscienza, in modo che questa non riesca a vedere quello, in realtà non si è ancora fatto nulla. Il problema continua a sussistere identico a prima, e continua

A‘nciuria camina. Società e tradizione nei soprannomi botricellesi

Giovanna Viscomi

Tesi di laurea magistrale in geografia linguistica, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Letteratura, Filologia e Linguistica italiana, Università degli Studi di Torino, Relatore Prof. Lorenzo Massobrio, anno accademico 2007/2008.

Le modalità di nominazione tradizionali, ovvero “de li antichi”, rendevano poco libera la scelta del nome proprio, il quale più che individuare classificava e forniva delle precise indicazioni sulla posizione genealogica della persona all’interno della famiglia e del proprio casato. In questo contesto la capacità individuante del nome si rivela assai debole: nell’ambito di uno stesso casato lo stesso nome distingueva oltre al nonno tutti i cugini maschi della linea maschile e tutti i cugini cadetti della linea femminile. È anche per questa ragione che interveniva il soprannome, il quale, insieme con altre importanti funzioni, veniva ad assumere quella non secondaria, lasciata scoperta dal nome proprio, di nominare per individuare, lasciando al nome il compito primario di nominare per classificare. Il soprannome quindi, lungi dall’essere un’aggiunta continua

Facce

Andrea Cangeri

Straniero in terra straniera, che a poco a poco diventa familiare. Diventa casa.
Straniero in terra straniera, per non sentirsi straniero nella propria terra, per non dover combattere ogni giorno con quel senso di dissociazione, di non appartenenza a un luogo, a un popolo, a una cultura in cui non ti rispecchi più.
Diceva Gaber che “l’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione: l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”. Ovvero: l’appartenenza non è uno stato passivo, ma attivo. Ci vuole dedizione, amore e forza per portarti dentro le persone a cui senti di appartenere. Finché si tratta della tua famiglia, di pochi buoni amici e della persona che ami ce la facciamo più o meno tutti. Ma portarti dentro l’Italia, con tutte le sue contraddizioni e la sua atmosfera spesso soffocante, la sua politica spazzatura, l’inquinamento e il decadimento delle coscienze, che genera e permette la decadenza generale del paese… beh, questo è un compito che alcune persone non continua

L’Adulto nello sguardo dell’adolescente e del giovane

Cristina Muccilli

Università degli Studi di Torino Facoltà di Scienze della Formazione, corso di studio triennale in Scienze dell’Educazione, Relatore Anna Marina Mariani, anno accademico 2007/2008.

Una delle evidenze che maggiormente colpisce riguarda l’attuale situazione in cui non è tanto la famiglia a essere in crisi, quanto la sua rete di sostegno: ciò che si riscontra è, difatti, una assenza di permeabilità tra il dentro e il fuori le mura domestiche che ha, conseguentemente, trasformato la famiglia stessa in un fatto privato, al punto da non essere sostenuta nemmeno più dagli stessi genitori nel momento in cui questi escono di casa per occuparsi d’altro.
La linea di demarcazione che separerebbe il dentro e il fuori, il familiare dallo sconosciuto, non si limita, tuttavia, ad isolare alcune persone dalle altre, ma determina, all’interno della stessa mente dei singoli individui, la proliferazione di confini che ritagliano, isolano e impediscono una reale comunicazione e interazione tra le varie funzioni e i differenti ruoli che l’adulto deve saper interpretare nella vita quotidiana.
Sembra, dunque, che questi adulti non sappiano vivere e comportarsi come continua

Ritmo, luce e viaggio

Valeria Ferrero

E se la giornata, il giorno, con il sole o la sua pioggia, con le sue strade ed i suoi passeggeri, giungesse non già per convalidare ma per smentire le convinzioni?
Ci alziamo convinti di aspettarci delle cose, che accadono perché già accadute o che per induzione devono accadere. Cosa può succedere alle idee di cui il giorno precedente era pregno?
Che ne è del qui e dell’ora?
Dimentichiamo che tutto quel che è stato detto “prima” dipende da un contesto, da un luogo e da una disposizione, modificati questi si modificherà anche continua

L’entropia: elogio dell’imbecille

Giovanni Guizzardi

Una decina di anni fa trovai su una bancarella di libri a metà prezzo uno di quei volumetti che già dalla copertina si presentano squallidi. Perfino il titolo sapeva di serie B ed era per me al tempo stesso un monito ed una lusinga, Elogio dell’imbecille. L’autore poi, Pino Aprile, era all’epoca vicedirettore del settimanale Gente, un motivo in più di orrore. Da vero depravato comprai il libretto e me lo portai a casa ben nascosto dentro una copia di Repubblica. La sera lo divorai, con l’eccitata voracità dell’onanista che sfoglia una rivista pornografica.
Secondo l’autore tutte le società umane tendono a rendere gli individui ugualmente imbecilli, tendono cioè all’entropia intellettuale. Tesi apparentemente paradossale, se confrontiamo la nostra intelligenza con quella dei pitecantropi. A prima vista si direbbe il contrario, e cioè che col passar del tempo la specie umana si stia evolvendo verso forme di intelligenza sempre più complesse ed elevate. Ma in effetti sono ormai quasi 50.000 anni che la nostra massa cerebrale non continua