I culti del cargo

Giovanni Guizzardi

Bandiere del culto del cargo Jon Frum, isola di Tanna. Immagine sotto licenza CC 2.0

Quando aveva tre anni mia figlia amava trastullarsi con un cellulare-giocattolo che qualcuno a corto di idee le aveva regalato. Il problema nasceva dal fatto che, poiché ero io per lo più a fungere da baby sitter durante i suoi pomeriggi inoperosi, lei aveva la pretesa che io, sollevando il ricevitore del telefono nel mio studio, riuscissi a sentire quel che lei diceva parlando nel suo finto cellulare in camera sua. Per aiutarmi, alzava il volume della sua voce fino a vincere le barriere architettoniche costituite dalle porte e dagli angoli del corridoio, cosicché io in realtà riuscivo a sentirla, ma ero poi costretto a urlare come un pescivendolo puteolano perché lei riuscisse a sentire me. Ciò, tra l’altro, immagino turbasse in modo significativo la quiete dei nostri vicini di casa. E tutto questo perché la povera piccola non era ancora in grado di capire che imitando le procedure esteriori e superficiali di un’attività come quella di telefonare non si può realmente telefonare a qualcuno, se non si possiede lo strumento adatto e quindi se non si conosce la dinamica reale di questa operazione. In poche parole, lei giocava, cioè simulava, ma non sapeva distinguere tra l’attività simbolica e la realtà. Scambiava alcuni aspetti procedurali del fenomeno per le sue cause. A onore di mia figlia devo dire che oggi, che ha sei anni, questa distinzione è perfettamente in grado di farla, per mia e sua fortuna.
C’è tanta gente però, ben più grande di lei, che ancora fa un po’ di confusione.
Saporetti era un commesso della compagnia di assicurazioni per cui lavoravano entrambi i miei genitori. Era molto povero, viveva di una ridicola pensione di invalidità e dei magri compensi che riceveva dalla suddetta compagnia di assicurazioni per recapitare lettere e pacchi e per aprire la porta a chi suonava. Votava però per il partito liberale, non perché ignorasse quali valori esso propugnava, ma perché era, a suo dire, il “partito dei ricchi”, e in questo modo il povero Saporetti pensava di poter diventare ricco anche lui.
Charles Schultz è noto come il creatore dei Peanuts, la celebre striscia degli anni ’70 che immortalò un piccolo gruppo di bambini americani che simboleggiavano, nella mente del loro creatore, l’intera società americana. Fra di essi giganteggia il personaggio di Snoopy, il cane di Charlie Brown. Il simpatico bracchetto cercava di emulare i suoi padroni e il loro variegato mondo, ma poiché era solo uno stupido cane (con buona pace di chi ritiene che i cani siano realmente intelligenti) scambiava le manifestazioni esteriori per cause fondanti dei fenomeni. Così, si presentava nella prima tavola di una striscia con una racchetta in mano e gli occhiali da sole, e pensava: “Ecco Joe Falchetto, il famoso tennista.” E credeva veramente di essere John McEnroe (per i più giovani, il più famoso e lunatico tennista di quell’epoca lontana). Schultz sicuramente intendeva in questo modo stigmatizzare la patetica propensione degli americani di quell’epoca a imitare i personaggi famosi (vip) assumendone gli atteggiamenti esteriori più superficiali.
Ma di poveri di spirito di tal fatta ce n’è tanti anche oggi, e non solo negli Stati Uniti.

Charles M. Schulz e Snoopy. Immagine di dominio pubblico

Il marketing si fonda sulla infantile propensione degli esseri umani ad assumere gli atteggiamenti dei leader. Ciò, fra parentesi, mi preoccupa, perché mi fa temere che presto in Italia saranno in aumento coloro che andranno in giro a raccontare stupide barzellette e a trastullarsi con prostitute minorenni. Al di là di ciò però resta il fatto che uno dei meccanismi psicologici di condizionamento al consumo più collaudati è quello di associare un prodotto a un personaggio famoso e stimato che, profumata-mente pagato per questo, dichiara al popolo belante che lui ne fa uso con intensa soddisfazione. Così, legioni di coglioni comprano quel prodotto con l’intima e in gran parte inconscia convinzione che in tal modo assomiglieranno un po’ ai vip. Ed anche se non sono vip, comunque l’imitazione di comportamenti ritenuti socialmente rilevanti costituisce la molla di gran parte degli acquisti. Come spiegarsi sennò il motivo per cui migliaia di partite IVA negli anni ’90 acquistarono dei Range Rover a Bologna? Infatti la casa produttrice scrisse al concessionario divenuto miliardario (in lire) per domandargli candidamente se nei dintorni di Bologna ci fossero delle savane, visto che il Range Rover era stato studiato proprio per quel tipo di terreno.
Tempo fa per un qualche motivo che non ricordo feci una ricerca su Wikipedia, e di link in link giunsi a scoprire i culti del cargo. Con onestà, copio e incollo:
“Il periodo classico di attività del culto del cargo è stato negli anni durante e dopo la Seconda guerra mondiale. La vasta quantità di materiale bellico che è stata paracadutata sopra a quelle isole durante la campagna del Pacifico avvenuta contro l’Impero del Giappone ha significato un drastico cambia-mento dello stile di vita degli isolani. Prodotti industriali come vestiti, cibo in scatola, tende, armi e altri beni di utilità arrivarono in grandi quantità per rifornire i soldati e anche gli isolani che erano le loro guide e ospiti. Alla fine della guerra le basi aeree furono abbandonate, e i cargo non furono più paracadutati. Per far sì che i carichi di beni tornassero a essere paracadutati o anche portati per via aerea o per mare, gli isolani hanno iniziato a imitare i comportamenti che hanno visto assumere dai militari occidentali. Hanno quindi fabbricato cuffie audio di legno indossandole seduti dentro a finte torri di controllo da loro costruite. Hanno iniziato a mimare i segnali di atterraggio aerei in mezzo alle piste e hanno acceso segnali di fuoco e torce per illuminare le piste di atterraggio e i fari di posizione. I cultisti pensavano che gli stranieri avessero una speciale connessione diretta con i loro antenati, che secondo loro erano gli unici esseri ad avere il potere sufficiente a produrre le ricchezze dei cargo. In una sorta di magia simpatetica e imitativa, molti di loro hanno costruito, con i mezzi a loro disposizione, riproduzioni a grandezza naturale di aeroplani e hanno costruito nuove piste di atterraggio simili a quelle occidentali, nella speranza che questo avrebbe attirato molti più aeroplani pieni di ‘cargo’. Sfortunatamente, queste pratiche non portarono al ritorno degli aeroplani semidivini, pieni di tutti quei meravigliosi carichi che venivano paracadutati durante il conflitto, ma hanno finito per sradicare ogni altra pratica religiosa locale esistente prima della guerra. […]
Alla fine questi culti sono svaniti, ma il termine è rimasto in uso nella lingua corrente per indicare un gruppo di persone che imitano l’aspetto estetico superficiale di un processo o sistema senza averne la comprensione delle meccaniche profonde.”

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Un pensiero su “I culti del cargo

  1. dario tozzoli ha detto:

    Molto interessante lo sguardo sulle radici arcaiche (infantili – animistiche) dei comportamenti mimetici. Questo approfondimento rivela aspetti importanti del complesso fenomeno del conformismo.
    Un saluto all’autore e a tutti i lettori di Linea. Dario

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