I giovani

Giovanni Guizzardi

Giorgio Napolitano ad un comizio a Milano del Partito Comunista Italiano del 1975. Immagine di pubblico dominio.

Leggo che il Presidente della Repubblica è molto preoccupato per il futuro dei giovani. Peccato, mi è tanto simpatico Giorgio Napolitano. Mi era simpatico anche negli anni settanta, quando era un alto dirigente del PCI e io militavo, come lui, in quel vecchio e defunto partito e mi consideravo politicamente molto affine a lui. Come ora, tra parentesi. Ricordo bene però che in quegli anni non c’era giorno che non si levasse una voce autorevole a lamentarsi per il precario futuro dei giovani, tra i quali, vedi tu, allora c’ero anch’io. Quanto mi angustiava tutto ciò, se voi sapeste. Mi domandavo ogni giorno perché mai ero stato così sfortunato da nascere proprio nel momento in cui il lavoro per i giovani non c’era più e mi indignavo non continua

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Sambusi 6/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

«Biglietto?»
Si gira. È un controllore. Tira fuori quello del treno e glielo porge.
«Questo è del treno. Voglio quello del bus, ce l’hai?»
Fa finta di non comprendere, mette nello sguardo l’aria da cane spaventato.
«Mi capisci?»

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Sambusi 5/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il treno si ferma per l’ultima volta e Ghedi è pronto a saltare giù. È in fondo al binario e si affretta nel risalirlo alzandosi ogni tanto in punta di piedi per scrutare la folla alla ricerca di Asad. Spera che sia da qualche parte ad aspettarlo, ma era stato chiaro sul luogo dell’incontro: casa della cugina. E Ghedi ne comprende il motivo: conta nella stazione quattro divise di polizia e fuori ne vede altre.

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Sambusi 4/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Dei controllori Ghedi non ha paura: la divisa che teme è quella della polizia ferroviaria. Asad lo aveva avvertito: «Tieni d’occhio le stazioni». Ma sonno e stanchezza gli hanno strappato di dosso l’impellenza della sicurezza: convinto di avercela fatta si lascia andare alla sorte.
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Sambusi 3/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

La ragazza si alza poco dopo Grosseto e da uno zainetto prende un sacchetto di carta. Ne tira fuori una bottiglietta d’acqua e un panino avvolto nella stagnola.
Ghedi non mangia da due giorni. Le narici fremono al profumo del pane e di quella che potrebbe essere una frittata: ne vede il verde compresso nella pagnotta. Osserva le briciole cadere sui jeans chiari nella luce soffusa che inquadra la ragazza. Si getterebbe in ginocchio a raccogliere pure i frammenti finiti in terra. Lo stomaco si chiude, si apre, si muove: i succhi gastrici cominciano a gorgogliare.
Non ne può più, si allontana. Scavalca l’uomo che russa disteso fra i sedili ed esce a sgranchirsi lungo il corridoio. Sbircia negli scompartimenti. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica, qualcuno dorme. Entra in bagno e si lava la faccia. Raccoglie l’acqua nelle mani e beve.
Nello specchio c’è qualcuno che non si sarebbe mai immaginato di diventare: un disperato.
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Sambusi 2/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Una notte. Questo il tempo impiegato per fuggire dall’accampamento di Rognetta.
Avevano attraversato Rosarno come un esercito di lanzichenecchi, distruggendo auto e rovesciando cassonetti. Le serrande erano state abbassate dai negozianti, una dietro l’altra, e le strade si erano svuotate. L’obiettivo dell’armata disperata: condizioni di vita dignitose. Ammassati in fabbriche e capannoni centinaia di extracomunitari sottopagati nei campi della piana e stritolati in una società povera, razzista e infiltrata dalla ‘ndrangheta avevano raggiunto il limite. Quando tre ragazzi erano stati impallinati con fucili ad aria compressa l’insofferenza covata aveva preso il sopravvento. La rivolta era esplosa e le vie di Rosarno erano state invase e devastate.
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Sambusi 1/6

Davide Picatto e Simone Ferrarini (illustrazioni)

Il villaggio ha i colori sciacquati dal sole, i muri in argilla intonati con i tetti e la strada polverosa che lo attraversa fatta della stessa sostanza del deserto che tutto circonda: a lacerare il mezzogiorno solo la violenza accecante della lamiera di qualche copertura.
Un uomo cammina al centro dell’unica via, sandali che alzano nubi di sabbia finissima a ogni passo. Guarda a destra, guarda a sinistra, e poi ancora a destra e a sinistra in tutti gli usci aperti: solo buio e silenzio all’interno delle abitazioni.
Avanza lentamente, prima un piede poi l’altro. Sente la fatica di ogni movimento nella calura, sente il sudore sulle tempie.
Si ferma davanti a una casa. Chiama forte: mamma, Nadif, Roble! Non c’è risposta. Avanza adagio verso la porta, la apre e viene inghiottito dal nero assoluto dell’unica stanza. Poi tutto comincia a tremare, sente degli scossoni e perde l’equilibrio.

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Esistono lavori di aiuto?

Valeria Ferrero

Erri De Luca leggeva i Vangeli in Ebraico prima di andare a lavorare in fabbrica, e diceva che senza essi non avrebbe potuto lavorare. Aveva bisogno di ricordarsi ciascuna mattina che “ciascuno parla in un’altra lingua” e che “ciascuno intende nella propria lingua” (sono citazioni di un libro di Frua Deangeli) ogni mattina, per poter avvitare bulloni. Questa è la Relazione, necessaria tanto per lavorare in una catena di montaggio, quanto con una persona che c’è lì, di fronte a te. Nel lavoro tu fai qualcosa o produci per qualcuno che si avvantaggerà di quella “cosa”(su cosa sia la cosa… another time). Ma se il lavoro fosse solo questo noi saremo solo pezzi in funzione di altri pezzi.
Per avvitare un bullone è necessaria una qualità di vita che continua

L’entropia: premessa

Giovanni Guizzardi

La Morte sul globo terrestre, illustrazione di Gustave Doré. Immagine di pubblico dominio.

La Morte sul globo terrestre, illustrazione di Gustave Doré. Immagine di pubblico dominio.

Il concetto di entropia è intimamente connesso a quello di energia. In Fisica possiamo definire l’energia la capacità di compiere lavoro. Dunque, per compiere lavoro, o se preferiamo per produrre effetti, occorre spendere energia. Se ci limitiamo al campo della termodinamica (ma per analogia è possibile poi passare a ben altro) spendere energia significa trasmettere calore, e il Primo Principio della Termodinamica ci avverte che mentre è sempre possibile una completa trasformazione del lavoro in calore, non è mai possibile una completa trasformazione del calore in lavoro: la quantità di calore scambiata si trasforma parte in lavoro e parte in una variazione dell’energia interna del sistema.
Quindi, un sistema che cede calore per produrre lavoro perde una parte del calore, cioè riduce la propria energia. E qui salta fuori il Secondo continua